Il Monastero di Petra e la sua terribile scalata

Se visitare Petra è già di per sé impegnativo, raggiungere il Monastero è una vera e propria impresa. Tanto da rappresentare una sfida quasi insormontabile per la maggior parte dei turisti. Una prova micidiale, insomma, che riserva terribili salite, sudate bibliche, momenti di vero sconforto e tanta, tanta fatica. E’ la destinazione più ardua di Petra, bisogna riconoscerlo, ma proprio per questo la più ambita. E posso garantire che è anche la più suggestiva in assoluto, e non solo per il monumento in sé.

Per iniziare, diamo qualche informazione di servizio. Il Monastero in realtà non è veramente un monastero. E’ un antico monumento nabateo (Ad Deir) simile al Tesoro, ma più grande e maestoso. La sua funzione originale pare non fosse neppure religiosa; solo in seguito, con l’arrivo del cristianesimo, fu trasformato in una luogo di culto. Al suo interno sono stati trovati resti di croci scolpite nella roccia, il che suggerisce che fosse usato come chiesa o monastero (da cui deriva il nome attuale).

Si trova nella parte occidentale di Petra, su un altipiano roccioso che si raggiunge percorrendo sentieri sassosi e lunghe scalinate ridotte ormai ai minimi termini. Le guide parlano di 850 scalini e di 40-50 minuti di salita, ma posso garantire che le zone con gli scalini sono a mio parere le più semplici, perché in più punti il terreno è così accidentato da trasformare la camminata in una arrampicata. I tempi di percorrenza, come sempre, dipendono dalla nostra preparazione fisica e da quel misto di tenacia, pazienza e sfrontatezza necessario per affrontare avventure del genere. Diciamo che, tra frequenti pause per ammirare il panorama e quelle, ben più lunghe, per riprendere fiato, l’ascesa non dovrebbe andare oltre l’ora di cammino. Per il ritorno ci si impiega meno tempo, naturalmente, ma occorre stare più attenti, perché i passi faticosi in salita diventano spesso pericolosi in discesa.

L’inizio dell’ascesa al Monastero

Per chi vuole evitare la fatica della salita, o una parte di essa, è possibile noleggiare un mulo da uno dei beduini locali. Ma attenzione: il percorso è stretto e accidentato e i muli hanno la poco gradevole abitudine di camminare proprio sul ciglio dei burroni. Lascio immaginare cosa significa per chi li monta… Ho visto molti turisti scendere e farsela a piedi piuttosto che sottostare a quella tortura. Inoltre, molte persone sono di stazza decisamente inappropriata per quei piccoli equini. I quali sono capaci di fermarsi, piantare le quattro zampe sul terreno e non smuoversi neanche se malmenati, pur di liberarsi del pesante fardello. I turisti, specie nelle zone più impervie, sono quindi invitati a scendere e permettere che i muli salgano da soli. Visto che queste zone sono molto frequenti, sconsiglio vivamente di prendere a nolo un mulo per poi dover affrontare comunque a piedi la maggior parte del percorso…

Date le premesse, diventa cruciale attrezzarsi come si conviene. La principale risorsa che non deve mancare è l’acqua. Il mio suggerimento è di portarsi uno zainetto capiente e riempirlo con due o più bottiglie da un litro. All’inizio saranno un peso intollerabile, ne convengo, ma garantisco che arriverete a destinazione quasi a secco! Altra raccomandazione: munirsi assolutamente di scarpe da trekking. Le scarpe da ginnastica non vanno bene, risultano scivolose e comunque perdono la presa sui terreni sabbiosi. Assolutamente vietati altri tipi di calzature, come le infradito (ho visto arabi che le indossavano) e tacchi di varia altezza. Una turista russa è salita in short sgambatissimi e tacchi a spillo e dopo appena due rampe di scale è dovuta tornare indietro con entrambe le scarpe danneggiate… Mi sembra inutile raccomandare l’uso di cappello, creme solari e occhiali da sole.

Il primo tratto è senz’altro il più suggestivo dal punto di vista paesagistico. Il sentiero si inoltra all’interno di strette gole rocciose le cui pareti sembrano a volte rinchiudersi sopra di noi. Ogni tornante o svolta svela nuovi ambienti, dirupi, canaloni e un panorama che diventa sempre più brullo e minaccioso, ma non per questo meno affascinante. Non fa male fermarsi ogni tanto e voltarsi indietro, per ammirare la vista della vallata sottostante, così vasta e profonda, e valutare (soprattutto) quanto cammino abbiamo fatto. Dopo qualche centinaio di metri, però, tale visione rassicurante sparisce, e ci si trova da soli in mezzo alle rocce, sempre più ostili e accidentate, in compagnia di turisti con il fiatone, muli e cani selvatici.

Due cani si riposano tra una salita e l’altra

Ebbene sì, a Petra dimorano in pianta stabile branchi di cani selvatici che non rappresentano assolutamente un pericolo per i turisti. A dire il vero, sembrano piuttosto a loro agio nella confusione causata dalla gente che sale e scende, i muli, i venditori ambulanti e tutti il resto del teatrino. Il fenomeno più curioso, a mio modo di vedere, è l’incessante avanti e indietro che questi cani svolgono, con disciplina e rigore, per accompagnare i gruppi più numerosi di muli e turisti verso la destinazione finale. E’ come se si fossero dati un compito da portare a termine senza alcuna esitazione: scortare i muli (e gli umani ad essi associati) lungo i sentieri della gola. Quando l’impegno termina, i cani si precipitano giù di gran carriera, raggiungono la base della vallata e scelgono un altro gruppo di quadrupedi e bipedi da scortare. Sarà l’istinto del cane-pastore a determinare questo comportamento?

Arrivati a circa tre quarti dell’ascesa la stanchezza inizia a farsi sentire. I ritmo cala, la velocità diminuisce drasticamente e le persone pertanto tendono ad ammucchiarsi nei punti più ostici. Diventa più frequente incontrare turisti seduti nei posti più improbabili, alla ricerca spasmodica di ossigeno e un po’ d’ombra. L’espressione dominante sui loro volti è la seguente: “ma chi me l’ha fatto fare!!!” Inoltre, man mano che si sale, una domanda inizia a diffondersi fra i turisti. Dapprima soffocata, ritenuta poco opportuna, poi sempre più espressa a voce alta in almeno 5 o 6 lingue diverse ma tutte assolutamente comprensibili: “quanto manca?” In genere viene rivolta a tutti i turisti che tornano dal Monastero, e invariabilmente la risposta è più o meno: “manca poco”. Alcuni si sforzano di quantizzare tale affermazione, ma i risultati non sono mai incoraggianti. C’è chi dice mezzora, chi tre quarti d’ora, chi addirittura si affida a un gesto comprensibilissimo anche dai muli che significa: “non puoi immaginare quanto…”

Insomma, arrivati a quel punto della salita gli elementi per abbatterci definitivamente ci sono tutti: da un pezzo non si vede più la vallata di Petra, e quindi non possediamo più i riferimenti necessari a capire dove ci troviamo; davanti a noi la scalata sembra non finire mai, non si vede alcuno sbocco, nessun indizio che la meta è vicina. E’ comprensibile, quindi, che alcuni di noi (e tra questi anche mia moglie) si chiedano insistentemente se non sia il caso di abbandonare l’impresa e tornare indietro. Ma a quel punto sarebbe un peccato, perché anche se non sappiamo esattamente dove ci troviamo, alcuni indizi fanno pensare che ci siamo quasi.

Innanzitutto, le bancarelle dei venditori di cianfrusaglie, falsi reperti antichi, tappeti e pantaloni di nylon cinesi sono sempre più numerose e variegate. Se ne trovano a grappoli, una dietro l’altra, nei sempre più frequenti punti pianeggianti del percorso. La densità di tali attività commerciali cresce in prossimità di una valle che improvvisamente si apre davanti ai nostri occhi, e questa volta finalmente in discesa. Ancora pochi passi, una o due svolte del sentiero, e il Monastero appare alla nostra destra. Ma per osservarlo in tutta la sua maestosità occorre fare ancora qualche faticosissimo passo, verso il centro della spianata, e da lì ammirare quello che alcuni giudicano in assoluto il più bel monumento di Petra. Asserzione che sono pronto a sottoscrivere e che non fatico a credere sia condivisa pienamente da chiunque sia riuscito araggiungerlo.

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